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Audaci e creativi
L’oratorio alla prova dei nostri tempi
di Maria Chiara Rossi

A Bergamo il primo dicembre c’è stato un evento importante: il primo convegno diocesano per Equipe Educative. Un grande passo per la nostra Diocesi. Se si può fare un convegno a riguardo, significa che il movimento in atto, il cambiamento, la trasformazione interna ai nostri oratori e alle nostre comunità ci accomuna e ci interroga. Questo fatto, più che produrre una notizia di cronaca, stimola a pensare.
Immaginatevi una grande barca. Non è difficile di questi tempi. Senza motore, ma molto molto grande. Ognuno di noi ha in mano un remo, uno solo, quello soltanto. Navigare è l’unica scelta reale, andare alla deriva sarebbe non scegliere, non esporsi, non remare, appunto. E allora, che fare? Remare, consapevoli che la barca è una sola e che la meta è appassionante, perché ci spinge sempre un po’ più in là. C’è anche il Vescovo su questa grande barca. Così è stato al convegno.

Don Samuele Marelli, coordinatore degli Oratori delle Diocesi Lombarde e sacerdote con esperienza di vita di oratorio alle spalle, ha portato con il suo intervento un apporto significativo, quasi segnando la rotta, facendo assaporare il profumo del mare.
“Vince chi molla”, questo era il titolo. Come a dire: si parte in salita. Ve lo immaginate un mare in salita? La storia si fa dura. “Vince chi molla” è il titolo di una canzone del cantautore romano Niccolò Fabi: è tutto tranne una lode alla resa e alla fuga. Anche perché il sottotitolo era proprio: “L’oratorio alla prova dei tempi”. Come a dire: la quotidianità è per un cristiano una sfida, se osa tenere gli occhi aperti, le orecchie attente e le mano pronte e disponibili.
Andare nella stessa direzione con grinta, ma senza disperdere le energie, e quindi con efficacia è possibile a tre condizioni.

La prima si chiama “Sinodalità educativa”, e cioè, in altri termini: “Chi cammina da solo arriva prima. Ma solo chi cammina insieme arriva lontano”. L’unico modo per pensare un gesto educativo è pensare che esso ha una natura “squisitamente sinfonica”: non è l’azione di tanti buoni singoli, eroici ma soli, che fa comunità. Ecco il perché di un’Equipe che sappia promuovere una intera comunità educante. Camminare su questa strada è bello, ma faticoso: ecco allora che si potrebbe intendere questo atto, citando Bonhoeffer, una “grazia a caro prezzo”. Ci possono essere incomprensioni e serve spendere tempo, ma ciò rende tutto più vero.

La seconda condizione si chiama “Corresponsabilità laicale”. Ovvero: tutti abbiamo in mano un remo. Tutti. In altre parole: “una comunità è bella quando ognuno esercita pienamente il proprio dono. Amare qualcuno significa riconoscere il suo dono, aiutare ad esercitarlo ed approfondirlo”. È tempo per i laici di mettersi in gioco, è diffusa questa voce. Ma non deve restare solo una parola, può diventare un fatto. Innanzitutto perché se ne presenta l’occasione: è un fatto evidente la diminuzione numerica dei consacrati. Poi però sotto si fa largo una motivazione più profonda: ciascuno è chiamato alla riscoperta del proprio sacerdozio battesimale. Sì, ma come? Grazie a una disposizione all’ascolto reciproco, al rispetto delle diversità e delle opinioni discordi rispetto alla propria, ma anche grazie alla cura di sé, a una stima buona nei confronti dell’apporto personale che ogni cristiano e ogni cristiana può portare. Quale è lo scopo dell’azione dei laici? Sempre il bene e l’edificazione della Chiesa.

E poi la terza condizione. Quella per cui i giovani sono particolarmente portati. Ebbene sì, anche loro sono sulla barca e remano con noi. Si parla, infatti, di “Oratorio che verrà”:  “Ci sono alcuni che guardano le cose come sono e si domandano ‘Perché?’, io sogno cose che non ci sono mai state e mi domando ‘Perché no?’”

Bella provocazione, che non significa immaginare cose strampalate o vivere di utopia. Ecco allora come rendere costruttivo il pensiero sull’oratorio del futuro: attraverso il discernimento, in un’ottica generativa, senza soffocare la profezia. Discernimento vuol dire sentirsi parte di una “Chiesa che pensa”, in cui c’è tempo per farlo, c’è spazio, in cui si ha in testa un oggetto preciso e puntuale, come le persone, le strutture e le attività dell’oratorio. Si tratta di un esercizio pastorale, ad esempio lo sforzo di spendere un anno pastorale su un ambito della vita dell’oratorio, per lavorarci insieme. L’obiettivo potrebbe essere un aggiornamento o un’elaborazione del progetto educativo dell’oratorio. Generatività è chiedersi: siamo una Chiesa che educa? Con quali priorità? Siamo capaci di stare nelle relazioni, di non dimenticare l’appartenenza che ci lega al Vangelo, il protagonismo dell’altro? Infine, dare spazio alla profezia è non smettere di essere Chiesa che sogna, che si apre al nuovo, che pensa ai giovani.
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