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Equipe Educative al lavoro
Formazione territoriale
di Maria Chiara Rossi

Due date. Otto oratori. Piccoli segni di un grande movimento. In lungo e in largo la Diocesi si è attivata, a seconda delle zone e delle Comunità Ecclesiali Territoriali di appartenenza. L’11 e il 18 gennaio scorsi, in contemporanea, a Longuelo, Clusone, Alzano Lombardo, San Pellegrino, Grumello del Monte, Ponte San Pietro, Cavernago e Dalmine San Giuseppe si sono svolti i corsi territoriali di secondo livello per Equipe Educative. Ciò significa che le Equipe educative di ciascuna zona si sono ritrovate in uno di questi otto oratori. Quale è il senso di un progetto formativo così diffuso? Innanzitutto, la necessità che una Equipe Educativa resti radicata nel contesto in cui è nata, aprendo gli orizzonti e il dialogo con le Equipe limitrofe: spesso, abitare nello stesso territorio significa avere vissuti comuni e quindi molte più possibili soluzioni di fronte agli stessi problemi. Allo stesso modo, le Equipe Educative si stanno consolidando, ma stanno anche percorrendo un sentiero non battuto: c’è il bisogno di condividere fatiche e successi per essere consapevoli dei passi fatti e per procedere insieme. Bene… Ma di che cosa si è parlato in concreto? Due incontri hanno dato voce a due grossi temi: il ruolo del prete e la comunicazione all’interno del gruppo dell’Equipe, a partire dalle competenze relazionali messe in gioco da ciascun membro, anche nella dinamica del conflitto. I temi scelti rispondono ad una logica ben precisa: esattamente nel corso territoriale per Equipe di un anno fa, ad aprile 2018, si era parlato della figura del laico nella Chiesa e delle buone competenze personali che ciascun membro sentiva di dover sfruttare per portare un apporto costruttivo. Il percorso è andato avanti: ecco perché lavorare in gruppo può voler dire anche fare i conti con discussioni interne e conflitti. Gli incontri si sono valsi della ricchezza che ciascuna zona racchiude: nella prima delle due date la formazione sulla figura del prete è stata affidata a un vicario territoriale o a uno dei parroci con Equipe Educativa del territorio. Cinque le parole chiave che svelano le linee guida degli interventi del primo dei due appuntamenti: il prete sempre, anche in quanto membro dell’Equipe, è chiamato innanzitutto ad essere un “uomo”, che porta con sè punti di forza e debolezze. Il prete è poi un “credente”, che testimonia la fede nell’invisibile con una vita visibile e, anzi, sotto gli occhi di tutti. Il prete ha senza dubbio un ruolo di “guida”, in quanto “pastore del discernimento”, particolarmente disposto ad accompagnare le decisioni del gruppo all’interno del contesto dell’oratorio e dell’intera comunità cristiana. Proprio per questo, nel sacerdote si ritrova anche la figura del “padre nella fede”, con un compito importante nei confronti di tutta la comunità cristiana che gli è affidata. Il prete è poi un “fratello nell’umanità”: non un uomo isolato ma un uomo in mezzo agli uomini, che prova a camminare con loro e a sentirli davvero fratelli. Con la seconda serata, invece, il gioco di ruolo ha fatto in modo che tutti fossero coinvolti in prima persona per diventare partecipi e poi per riflettere sulle dinamiche attivate: in un gruppo ci si confronta in modo serio e con una prospettiva comune, ma non sempre si va d’accordo. Questo significa essere davvero un gruppo: non aver paura del conflitto. Ecco il perché dei tre affondi: in primis, il conflitto appare inevitabile. Questo vuol dire che si arriverà a farsi la guerra anche in un contesto come quello dell’oratorio e della sua gestione progettuale? Per chi ha partecipato, ha significato soprattutto che nel gruppo va lasciato spazio alla differenza e allo scambio. C’è poi modo e modo di vivere il conflitto. Quindi, è possibile migliorarsi anche nella gestione della propria emotività, nel modo di stare nel conflitto senza distruggere le parti in causa, virando su una critica costruttiva e abbandonando quella distruttiva. È necessario un costante allenamento e uno sforzo comune per riuscirci, ma non è impossibile. Anzi, spesso è l’unica strada possibile per non rimanere impantanati in situazioni che sembrano non risolversi. Il succo dell’incontro si riassume bene in questa terza e conclusiva sollecitazione: il conflitto va assunto e riconosciuto, va gestito e va accolto. Più che risolto, va “trasformato”. Con una capacità adulta di non fuggire, ma di stare dentro: “Sarà anche che il gioco si cambia da dentro, ma alla fine è giocare che ti cambia dentro” canta Niccolò Fabi, che si chiede anche se “serva più coraggio a stare fuori o dentro…”

E poi non è tutto qui. Su quali temi scende in campo l’Equipe Educativa? Le Equipe operative nella nostra Diocesi verranno sollecitate a febbraio, questa volta attraverso una formazione centralizzata al Centro Oratori, in quattro ambiti: lo sport, gli adolescenti, l’iniziazione cristiana e il Cre. Come? Grazie al contributo degli esperti in ogni campo, vale a dire il Csi, il Consultorio Diocesano, l’Ufficio catechistico e il tavolo di lavoro del Cre. Insomma, siamo nel “bel mezzo di un cammino” che, passo dopo passo, fa crescere chi lo compie e la comunità in cui vive
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