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Io sarò con te
Sentirsi compagni e accompagnati
di don Emanuele Poletti

“La terra ci fornisce, sul nostro conto, più insegnamenti di tutti i libri. Perché ci oppone resistenza. Misurandosi con l’ostacolo l’uomo scopre se stesso. Ma per riuscirci gli occorre uno strumento. Gli occorre una pialla, o un aratro. Il contadino, nell’arare, strappa a poco a poco alcuni segreti alla natura, e la verità ch’egli trae è universale”. Parola di Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del Piccolo Principe ma anche di un libro stupendo in cui è contenuta, nell’incipit, questa frase. “Terra degli uomini” testimonia proprio questo: vivere su questa terra, la terra degli uomini appunto, è il modo migliore per imparare qualcosa di vero e che duri. Quest’anno abbiamo puntato in alto dicendo che il tema del Cre era la vocazione: “l’uomo scopre sé stesso”, il senso del suo agire, quel qualcosa per cui è fatto ed è chiamato fin da principio. Che cose grandi. Avviene tutto questo al Cre? Oso dire di sì. Nel Cre è racchiusa la possibilità di affidare delle responsabilità a degli adolescenti, a dei giovani, a degli adulti disposti a collaborare.

Come è possibile? La risposta è semplice: accompagnando l’esperienza di tanti piccoli, di tanti preadolescenti abbiamo capito la nostra vocazione. È una cosa che si svela poco a poco, che emerge di fronte agli ostacoli della progettazione e dell’organizzazione di un Cre. Non si tratta di un’evidenza ma di un graduale svelamento. Noi capiamo chi siamo nelle relazioni che intessiamo: dalla diffidenza iniziale al trasporto finale. Lo spazio di un mese lo prova.
“Essere uomo significa appunto essere responsabile. Significa provare vergogna in presenza d’una miseria che pur non sembra dipendere da noi. Esser fieri d’una vittoria conseguita dai compagni. Sentire che, posando la propria pietra, si contribuisce a costruire il mondo”.
È possibile sperimentarlo, nei tanti Cre dei nostri oratori, in quello piccolo come in quello grande. Avviene che ci facciamo un po’ carico delle miserie degli altri, dei ragazzini meno fortunati. Dei più soli, dei più vivaci e disperati. Allenare lo sguardo e la pazienza è possibile: è provare a rispondere di fronte al dato di realtà. Ma mai da soli. Al Cre si fa squadra, e che litigate per riuscirci! Funziona davvero se ci metti la faccia, se “posi la tua pietra” per costruire. 

E adesso che i Cre volgono al termine potrei dirlo anche io, con le parole di Saint-Exupéry: “Se cerco tra i miei ricordi quelli che mi hanno lasciato un gusto durevole, se faccio il bilancio delle ore che hanno contato, immancabilmente ritrovo quelle che nessuna ricchezza mi avrebbe procurato”.
Non c’erano parole per dirlo meglio: al Cre si sprigiona un’energia direttamente proporzionale alla gratuità con cui ci si spende. Il primo passo è essere responsabili di un piccolo pezzo, di un piccolo mattone: che sia un laboratorio, un arbitraggio, l’invenzione di un gioco. Il secondo è vedere un po’ più in là del proprio naso, per poterci accorgere che c’è un altro al nostro fianco che ha bisogno di cura proprio come ne abbiamo bisogno noi. Al Cre tante generazioni in uno stesso luogo concorrono, con il proprio contributo, a realizzare lo stesso obiettivo. Le bariste, le mamme che spesso pensano alle merende, ai laboratori, alle pulizie, gli animatori disposti a fare l’anticipo, il piedibus, a restare in oratorio ben oltre l’orario concordato. “Quando lavoriamo per i soli beni materiali, ci costruiamo, con le nostre mani, la nostra prigione”: ecco che arriva il terzo passo che è la disposizione al servizio senza la pretesa di ottenere un tornaconto materiale. Quando la logica è quella della gratuità, il surplus che si raccoglie è davvero incalcolabile: la BellaStoria è l’ordinario slancio a costruire qualcosa destinato a svanire ma anche a restare. Il mese di Cre finisce, non si passano più tutte quelle ore a stretto contatto, ci si disabitua al contatto con la terra, alla capacità di adattarsi, l’abbronzatura svanisce e la testa torna a quello che è più un dovere che un piacere. Eppure resta. Questo mese vola in un attimo eppure lascia i segni sulla pelle e nel cuore, perché un posto abitato come l’oratorio è un po’ casa. È un posto a cui tornare volentieri l’estate dopo, in cui arrischiarsi nei mesi più freddi.
“La meraviglia di una casa non sta nel fatto che vi ripara e vi riscalda, né nel fatto che ne possediate i muri. Ma bensì nel fatto che essa ha lentamente deposto dentro di noi provviste di dolcezza”: chiedetelo ai tanti animatori che postano video e foto nei mesi invernali a ricordo di estati indimenticabili, ai bambini che hanno trovato negli adolescenti degli eroi, alle mamme che sono diventate fautrici di proposte non solo per i figli loro ma anche per tanti altri, ai don che si sono fatti in quattro per dare a ciascuno il giusto spazio, per dare ascolto, per organizzare al meglio, per risolvere i problemi.

Ci sono tante proposte, ogni estate ci sono “camp” di ogni tipo: chi sollecita i nostri ragazzi attraverso il teatro, il canto, lo sport, lo svolgimento dei compiti, il potenziamento dell’inglese. Perché restare quindi in oratorio?! Una parola sola: comunità. L’esperienza non è solo l’erogazione di un servizio rodato che funziona. Il Cre è un grande risultato grazie all’alchimia di tutto ciò che abbiamo raccontato: siamo testimoni credibili quando troviamo nell’altro il prossimo, nell’ultimo un fratello, in una parola buona il motivo di dire grazie, nella preghiera le radici dell’agire. Non è facile, c’è chi ci arriva prima, chi ci arriva dopo, chi appena lo intuisce, chi proprio non se lo spiega. Siamo i testimoni di una compagnia che ci facciamo l’un l’altro e che ci fa Uno più grande, che ci sostiene fino alla fine dicendo: “Io sarò con te”.
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