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L’animatore
Quando lo stile fa la differenza
di Redazione Upee

“Come il segno di una irragionevole sovrabbondanza, che non ha calcolato costi o energie; che gratuita si mostra nelle rose splendenti di maggio. Le guardi sporgersi dalle inferriate, trionfanti, completamente donate a ogni sguardo distratto, o anche a nessuno, e ti allontani con in mente qualcosa di confuso lungo i viali di periferia dove le auto corrono veloci—come se qualcosa ti fosse stato detto e tu non avessi afferrato. Cosa sta scritto, come in un codice trasparente, eppure nascosto, nello sfacciato, esuberante rigoglio delle rose al primo caldo? Quella bellezza che pare sprecata nel nostro passare oltre frettolosi, di che parla? Dice, se ti fermi a contemplarla, che la promessa è eterna-mente ripetuta, che il dono è gratuito e in nessun modo risparmiato”.  (M. Corradi)

Il Corso Centrale per animatori di oratorio procede: seconda tappa significa approdare alla figura dell’animatore. Gli animatori sono le nostre rose, capaci di dare molto oltre le aspettative degli adulti. Ma vanno condotti a capire come, a riflettere su di sé e sul ruolo che rivestono durante il Cre. Da cosa si parte? Dal loro vissuto, da una lettera rivolta a ciascuno di loro. Riescono a immaginare che un bambino del loro Cre l’abbia scritta proprio a loro, visualizzano davanti agli occhi uno dei ragazzini che quest’estate hanno conosciuto, la leggono e si immedesimano in quanto viene raccontato. Forte questa cosa. Li spinge come una molla a dire chi è l’animatore. Sono loro a dire, nella condivisione, che ciascuno ha un carattere, un’età, un compito, una predisposizione. Ma tutti rivestono un ruolo: quello di dare anima. La riflessione sul ruolo emerge chiara dopo un gioco, grazie al quale emergono tanti “tipi” di animatore, tante sfaccettature che rispondono a un solo ruolo. Mettono con chiarezza in fila tutte le caratteristiche che non possono mancare a quella figura che è diventata l’asse portante dei nostri Cre.

C’è il momento finale che, però, mette in fila il succo del discorso. È possibile portarsi a casa qualcosa grazie a un cortometraggio che fissa nelle teste degli adolescenti delle immagini semplici ma efficaci.
“Luna”, il cortometraggio Pixar, inizia da un viaggio. Come ogni storia dei presenti, che è un viaggio che si compie anche in quel luogo chiamato oratorio. Il protagonista non parte da solo: con lui ci sono un papà e un nonno. Proprio come in un Cre, dove coordinatori e don tracciano la rotta. C’è un compito da portare a termine, c’è un obiettivo, c’è una meta. C’è un tempo in cui le cose vanno fatte. Lavorare sulla Luna non è facile, tantomeno in oratorio. C’è chi ci mostra come fare: occhi vigili e attenti sanno imitare i grandi intorno. Vale per gli occhi dei bambini, ma anche per quelli degli animatori che seguono l’esempio dei più grandi. E poi, finalmente: ti fidi di qualcuno che ti sostiene ma sei tu ad andare, a salire la scala, a rischiare, a tentare, a fare. Succede così in oratorio: sei atteso, sei accolto e poi finalmente puoi accompagnare con un gesto di cura chi ti è affidato. Puoi farlo, ma solo a patto che tu permetta a qualcuno di più grande di accompagnare te. È in una dinamica quotidiana e straordinaria come quella del Cre che si sperimentano tre gradini di un percorso che avvia alla vita: presenza, partecipazione e infine responsabilità. Tre parole da assumere nell’insieme, ma anche con gradualità, con propedeuticità. Esserci, mettersi in gioco, capaci di rispondere in modo consapevole a quanto ci è chiesto. I nostri adolescenti ne saranno capaci nella misura in cui sapremo farlo noi.
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