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Marcia della Pace
Un segno forte per l'anno nuovo
di Maria Chiara Rossi

In tantissimi alla marcia della pace, organizzata per concludere l’anno vecchio e iniziare quello nuovo all’insegna di un valore prezioso e insostituibile come la pace. Un appuntamento che ha raccolto testimonianze e interventi eterogenei ma concreti, con l’obiettivo di restituirci un’idea di pace possibile per chi si voglia sporcare le mani e non restare a guardare. Sono pochi i giovani che hanno colto l’opportunità di passare un Capodanno diverso: noi ne abbiamo intervistato uno, Lorenzo Bonomelli, ventiduenne di San Paolo d’Argon.

Che cos’è la marcia della pace? Da dove nasce?
È un evento che fu organizzato per la prima volta il 1° gennaio 1967 dal movimento cattolico “Pax Christi”. In quel lontano giorno, gli appartenenti a quel gruppo si erano radunati a Sotto il Monte, nel cortile della casa natale di papa Giovani XXIII. Tra questi anche padre David Maria Turoldo che era di casa presso l’abbazia di Fontanella. In quell’occasione, padre Turoldo tenne un’omelia sulla pace dando inizio poi al pellegrinaggio a piedi fino al Duomo di Bergamo, dove si sarebbe celebrata una santa messa presieduta dal vescovo Mons. Clemente Gaddi.  Il I° gennaio del 1968, invece, in seguito all’esperienza dell’anno precedente, venne istituita dall’allora Papa Paolo VI la prima Giornata Mondiale della Pace. Da quel giorno, la marcia della Pace è sempre stata organizzata dalla Chiesa Italiana insieme a tante altre associazioni, tra cui Pax Christi, Caritas Italiana e Azione Cattolica.

Perché hai scelto di partecipare?
Perché il Capodanno mi è sempre sembrata una festa piuttosto vuota, in cui si fa festa solo perché si deve fare festa. La Marcia della Pace invece, è stata l’occasione per fare qualcosa di diverso e che avesse un significato più profondo. Mi sento molto legato a San Giovanni XXIII e a don Tonino Bello che è stato uno dei presidenti più significativi di Pax Christi. Visto il programma, gli interventi previsti mi invogliavano a partecipare e così ho convinto anche alcuni miei amici tra cui la mia fidanzata. Con noi è stato bello che ci fosse anche il nostro curato, don Matteo.

Che cosa hai trovato di interessante?
Soprattutto l’intervento di Lidia Maggi, una pastora battista. Si tratta di una figura interessante, che collabora in prima persona a tutte le iniziative che hanno a che fare con il dialogo ecumenico tra le varie confessioni cristiane. Il suo intervento mi è sembrato molto attuale. A partire da un brano del profeta Isaia, un “cantico”, ha toccato vari punti senza tralasciare i tasti dolenti dei nostri giorni: l’ecumenismo, lo Ius Soli, la pace mondiale.
Un secondo intervento che davvero mi ha molto colpito, è stato quello di don Fabio Corazzina, un sacerdote bresciano, parroco e animatore di Pax Christi: «La pace non si fa a parole o con manifestazioni ma con gesti concreti, piccoli ma reali». Non vorrei poi dimenticare la testimonianza di una esponente di un “comitato per la pace” originaria della Sardegna: in queste settimane stanno manifestando per “riconvertire” un’impresa del luogo che da anni costruisce bombe da inviare nello Yemen. Proprio lei ci ha consegnato una domanda provocatoria: «Siccome è in corso una guerra mondiale a pezzi, perché non cominciare da una pace da costruire un pezzo per volta? Nel nostro piccolo, lavoriamo per evitare la produzione di queste armi».
Infine, Monsignor Luigi Bettazzi, primo presidente di Pax Christi e oramai novantaquattrenne, la cui presenza – proprio per la sua età - è stata preziosa e formidabile aldilà delle parole. Egli è l’ultimo testimone oculare del Concilio Vaticano II ed è un veterano che ha partecipato a tutte e cinquanta le marce fatte fino ad oggi.

Che cosa ti porti a casa?
Un clima denso di preghiera e silenzio. E non solo. Credo che questa Marcia mi sia servita per “rinnovare” un po’ il “perché” vale la pena impegnarsi per la pace in concreto, e quindi essere noi per primi “operatori di pace”. Mettersi in ascolto dei testimoni presenti è stata un’occasione preziosa per risvegliare dei propositi buoni ma anche uno strumento per smuovere in noi delle domande che spesso rischiano di rimanere sopite. Non nego, poi, il dispiacere di essere stato l’unico giovane, insieme a pochi altri, a partecipare.

Che cosa è la pace per un giovane che “dedica” a lei un Capodanno?
Innanzitutto è assenza di guerra, e una marcia per la pace è un modo non violento per battersi contro la guerra. L’assenza di guerra, infatti, è la premessa necessaria per costruire una società vivibile per tutti. Mi ha colpito un passaggio del discorso del vescovo Francesco; citando Padre Turoldo, ha affermato che: «La pace non è americana, non è cinese, non è russa, la vera pace è Cristo!». Questo significa che c’è un modo di costruire la pace che parte dallo spirito, dall’interiorità di ciascuno, a partire da un Incontro. Custodisco nella mente e nel cuore l’idea di una pace che, nel quotidiano, si può costruire pezzettino dopo pezzettino, a partire dall’azione di ciascuno di noi.
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