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Mezzoldo 2019
Si fa il pieno di vita
di Maria Chiara Rossi

“Fare della festa il paradigma della vita”: dice così Antonio agli adolescenti che si trova di fronte, con gli occhi attenti e calamitati sulla sua persona. Siamo a Mezzoldo ed è il 26 agosto. Mezzoldo, che per molti è un luogo sperduto e minuscolo in alta Valle Brembana, per noi è un corso rivolto agli animatori degli oratori della Diocesi di Bergamo che abbiano frequentato la quarta superiore. A Mezzoldo si arriva con già un bagaglio di esperienza animativa ma è lì che la parola “animare” prende forma, prende forza, prende senso.
Animare è appunto “fare della festa il paradigma della vita”: sentire di avere una gioia dentro che non può essere rinchiusa ma deve contagiare chi sta intorno. Parola di chi fa l’educatore di mestiere. Un testimone che ha permesso ai corsisti di allungare gli sguardi e sognare in grande. Antonio ha fondato una cooperativa chiamata “La nuvola nel sacco” che si è ingrandita e diversificata nel tempo: porta un’esperienza di successo da cui i giovani animatori non possono far altro che imparare. Ma come fa a essere credibile? Con umiltà si mette a nudo, intessendo il racconto della sua vita personale con quella professionale. Antonio è un papà felice che non è però stato risparmiato dalla sofferenza. Nonostante ciò, riesce a dire che “La morte non ha mai l’ultima parola” e che la fede è non essere soli mai.

Ma in oratorio, quando si lavora sul campo, “val più la pratica della grammatica”. A volte occorre lasciarsi condurre da un laboratorio corporeo e espressivo come quello proposto dall’attrice Silvia Barbieri. Perché l’animazione ha dei punti di metodo che la rendono organicamente concreta e strutturata ma è attraverso la nostra persona in gioco che essi prendono consistenza. Allenamento di sguardi, attenzione sempre vigile, forza e determinazione nei gesti. Ma anche attenzione ai tempi dell’altro, al suo ritmo: camminare fianco a fianco significa un po’ morire perché l’altro viva e si senta valorizzato. Solo se creo spazio posso essere un luogo accogliente per chi cerca stabilità relazionale. Ecco perché il 27 agosto c’è stato un fare che è stato piena comprensione del pensiero che l’ha preceduto.

Da dove nasce lo stile dell’oratorio? Da dove nascono le tecniche più efficaci e le buone prassi? Quale è la fonte del pensiero educativo e pedagogico alla base dei nostri oratori? Mezzoldo sostanzia l’esperienza oratoriana ponendo le basi pedagogiche del metodo dell’animazione che nel corso dei decenni si sono consolidate e hanno mostrato la loro tenuta nel tempo. Ma senza Vangelo noi non saremmo quelli che siamo: è da lì che sgorga l’acqua più pura, quella che ci consente di fare i conti con un Maestro che non fa sconti e che ci presenta l’unica vera strada per essere pienamente uomini e per essere felici già qui, su questa terra. Una meta irraggiungibile? Per fortuna ci sono fari così luminosi da riuscire a mostrarci una strada. Il nostro apripista è stato don Giovanni Bosco. Il solito don Bosco, quello che tutti conosciamo? Forse a Mezzoldo c’è stata l’occasione di andare più a fondo, alle radici umane e cristiane di un uomo, un santo che è riuscito a tradurre i bisogni della sua epoca in un’idea rivoluzionaria, anzi due: l’oratorio e il sistema preventivo, con l’avviamento al lavoro come alternativa alla strada. È ancora attuale un testimone del passato? Don Mecu, don Domenico Ricca, cappellano da trent’anni e più del carcere Ferrante Aporti di Torino, ci dice di sì. Don Mecu impasta Vangelo e vita di galera senza esimerci da provocazioni forti, che con il tempo di deserto possiamo assumere su di noi per metterci in discussione: quanto sei trasparente? Quanto sei capace di fare i conti con il tuo limite, i tuoi desideri e la necessità di rischiare nella tua vita?

Essere cristiani creativi e coraggiosi nei nostri oratori, vicini agli ultimi come Papa Francesco, che ha visitato il suo carcere, ci chiede: una spinta forte ci nasce dentro. Mezzoldo è il posto degli incontri che ti cambiano: incontri te stesso e inizi a provare a farci i conti, incontri l’altro e scopri che mai prima d’ora eri stato così ricettivo, incontri Dio perché è Lui che viene a cercare te. Tre dimensioni da coltivare e custodire: ciascuno ha i suoi talenti e le sue qualità, possono anche essere cose piccole o semplici. Parola di Bartolomeo Garelli, quel ragazzetto che sapeva “solo fischiare” quando don Bosco l’ha conosciuto, ma questo è bastato per partire, per fare amicizia e dare il via alla grande avventura dell’oratorio.
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