Gli esercizi spirituali svolti in Seminario dal 21 al 23 marzo hanno coinvolto quaranta adolescenti e ottanta giovani. Tra questi ultimi c’era anche Cristian che, in questo diario di bordo, racconta l’esperienza con i suoi occhi, la sua penna e tutto se stesso.
Venerdì sera
Un po' alla volta, da ogni parte della diocesi, arriviamo al seminario. Ottanta giovani, ognuno con la propria storia, il proprio bagaglio di domande e attese. La portineria si riempie di voci, di volti, di vita. Poi, come nella musica, dopo il suono arriva il silenzio. Lasciamo il rumore della giornata per fare spazio a qualcosa di nuovo. Don Alberto ci guida nel clima degli esercizi: svuotarsi per fare spazio al Signore, creare un vuoto che il Vangelo possa abitare. “Ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi”. Gesù ci aspetta. Ha desiderio di noi. E noi siamo qui, pronti a iniziare il cammino.
Sabato
La pioggia batte sui vetri: è la nostra sveglia. Colazione in silenzio, primo passo di una giornata tutta da vivere. Con le Lodi, insieme al Vescovo Francesco, comprendiamo che questi esercizi non sono una parentesi nella vita, ma una pausa musicale: uno spazio di silenzio che dà senso alle note che seguiranno.
Con le meditazioni entriamo nel Vangelo del Triduo Pasquale. Gesù sceglie un asinello per entrare in Gerusalemme, non un cavallo. Sorprendente. Il suo regno è fatto di umiltà e libertà. E se quell’asinello fossimo noi? Il Vangelo deve risuonare in noi. Lo spazio giusto, la postura corretta: così Dio può parlare al cuore. Poi la Lavanda dei piedi. Gesù si abbassa fino all’altezza dei piedi. Un gesto che spiazza, che mette a nudo. Lava i piedi di tutti, anche di Pietro, che lo rinnegherà, anche di Giuda, che lo tradirà. E noi?
Il pranzo è in silenzio. Strano, ma profondamente diverso dal solito. Ottanta persone che non parlano, ma che si sentono. Il rumore delle posate, il profumo del cibo, i gusti che emergono senza distrazioni. Un silenzio che non è assenza, ma pienezza.
Il Rosario ci introduce nel pomeriggio. Parole antiche, ripetute, che diventano preghiera universale. Poi la terza meditazione: l’istituzione dell’Eucaristia. Gesù si prepara all’incontro con noi. Il tempo dell’attesa, il tempo della preparazione: anche questo è prezioso. “Silenziosamente costruire,” canta Niccolò Fabi. Segue la meditazione penitenziale. “Ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno”. Gesù sapeva già che Pietro l’avrebbe rinnegato, eppure ha continuato ad amarlo. Il cuore si apre, siamo pronti per il sacramento della confessione. Tempo di riconciliazione fino a cena.
A tavola, oltre a noi, ci sono anche quaranta adolescenti. Ancora silenzio. Chi legge potrebbe pensare che sia monotono, ma non lo è. È un silenzio che custodisce.
Sabato notte
È tempo della veglia itinerante sulla speranza e dell’adorazione eucaristica notturna. Fuori piove, il mondo dorme, ma qui dentro la chiesa è viva. Ottanta giovani e quaranta adolescenti si danno il cambio per vegliare. “Vegliate e pregate” (Mt 26, 41). Questa notte non è più notte davanti a Te.
Domenica
La quinta meditazione ci porta ai piedi della croce. Il buon ladrone, davanti allo stesso “spettacolo” degli altri, vede qualcosa di diverso: riconosce in Gesù la salvezza. Non basta guardare, bisogna scegliere da che parte stare. Poi l’ultima meditazione: la Resurrezione. Non è sufficiente sapere che Gesù è risorto, bisogna vivere da risorti. I discepoli di Emmaus fuggono da Gerusalemme, delusi. Un viandante sconosciuto cammina con loro, parla loro, li illumina. È Gesù. E quando lo riconoscono, tornano indietro. Da risorti. Anche noi tra poco torneremo a casa. Magari ci sentiremo un po’ asini, ma va bene così: Gesù sa rendere grande anche un asinello.
L’ultimo pranzo in silenzio è il più intenso. Nessuno si alza, nessuno ha fretta. È un silenzio che ormai ci appartiene. Come cercatori d’oro, è il momento di setacciare il torrente. Dopo un tempo di riflessione personale, arriva la condivisione.
Gli esercizi si concludono con la Messa celebrata da Don Michelangelo Finazzi. Nell’omelia ci ricorda che questo non è solo un evento straordinario, ma un’opportunità per cambiare la nostra vita quotidiana. Dio ci viene incontro, ma ha bisogno di noi. E noi possiamo contare su di Lui, perché il suo nome è “Io ci sono” (Es 3, 14).
Si torna a casa. Ma qualcosa è cambiato.